I sofisti di via Condotti

Silvia Romano e il peccato original-estetico nel Paese del Bel Vestire

Nel Bel Paese, nonostante il passare dei secoli, rimangono in vigore due imperdonabili peccati: il mangiar male e il vestire sciatti. Sul mangiar male, con la progressiva estinzione del plotone materno perennemente in cucina a preparare i tortellini e l’avanzata del fast-food, l’orgoglio italico è stato messo a dura prova. Per fortuna l’Antonella e le sue prove dei cuochi e i master-chef con i vari stellati in testa hanno convinto anche i più scettici a tentare la via dei fornelli.

Sul vestir male non si sono fatti mai sconti, in nessun momento storico, per cui anche nelle attuali condizioni di cattività della popolazione, l’italico corpo ricerca tutine griffate e l’italico piede ricerca pantofole di Manolo Blanik per affrontare con stile il lockdown. La classe non è acqua, il made in Italy è solo nostro, i cinesi ci copiano i modelli, ecc. ecc. ma a dettare lo stile siamo e resteremo sempre noi, chiaro.

Esiste nel Bel Paese una corrente di pensiero il cui massimo orizzonte esplorativo si basa sulle avventure dell’isola dei famosi e che abbraccia ideologie usa e getta, ad elevata penetrazione e assorbenza, un po’ come i salvaslip, sulla cui reale utilità molti si interrogano ancor oggi. Certamente il popolo consta anche di anime di belle speranze, genuine e un po’ abbacchiate dal corso degli eventi e, ahimè, spesso scevre della necessaria dialettica per affrontare la fossa dei leoni, ma questo non è il nostro argomento odierno.

Insomma cosa ha scosso le coscienze dell’italico popolo in questi giorni? Il ritorno di una figliola prodiga, previo pagamento di riscatto. In tutta la vicenda salta agli occhi un dettaglio che in altri casi sarebbe di poco conto, ma che nell’italica psiche lascia ferite profonde: l’abito, un abito che più che mai ha fatto il monaco. La ragazza si presenta con una specie di tenda verde e tanto di cuffietta in pendant e tutti i moschini e i versaci d’Italia si rigirano nella tomba e come un suol uomo decretano che l’indossatrice di quell’obbrobrio santa non poteva essere, ma anzi ella stessa carnefice certamente sarà. Nella vicenda, un ruolo di primo piano l’ha svolto una certa gola profonda che dal momento zero non ha fatto altro che spifferare dettagli intimi sul corpo e sull’anima della figliola prodiga. Gongolante, il pifferaio magico aveva anticipato che la ragazza era viva e vegeta e non era stata violentata (per cui escludiamo già la santità, in virtù dell’Art. 1 della legge “Maria Goretti”) e, bomba delle bombe, che si era convertita all’Islam dopo aver letto il Corano durante la prigionia.

La giovane dunque non rispetta in alcun modo l’abbecedario della vittima per eccellenza e solleva un polverone in cui fluttuano le paure collettive di ogni sorta: per cui le femministe ci restano male perché la ragazza pare appoggiare mentalità patriarcali di dominio maschile, le voci illuminate dell’Africa si sconfortano pensando a quante lotte stanno portando avanti proprio per non essere identificate sempre e comunque con identità tribali, i cattolici -quali gatte che non riconoscono più l’odore dei cuccioli- si sentono traditi, le influencer aborriscono quella specie di tenda verde che non le dona per nulla, gli psicologi da bar decretano che la ragazza soffre di Sindrome di Stoccolma, i più tradizionalisti non ce la fanno a non presupporre che si sia infatuata di un terrorista e sia rimasta incinta (per cui tutta l’avventura sarebbe in buona sostanza una fuitina).

E poi c’è la seccatura dei soldi. Insomma, una tunica verde e le dichiarazioni di gola profonda sono sufficienti a far vacillare ogni convinzione sulla reale necessità di salvare un’anima persa dalle grinfie dei terroristi. Per cui nel giro di poche ore siamo passati al “Prima gli italiani, si, a patto che stiano al gioco nostro”. Non pochi si stracciano le vesti pensando che Silvia avrebbe potuto accontentarsi di andare a fare la segretaria di un padroncino, per prendergli gli appuntamenti con il meccanico per il tagliando della Mercedes invece di andare a soccorrere i bambini in Africa. Meglio mandare l’esercito ad “aiutarli a casa loro”, no?

Silvia è tornata rendendo ben evidente il percorso che l’ha aiutata a sopravvivere: la stessa curiosità e apertura alla conoscenza di altri mondi che l’ha portata in Africa, l’ha spinta a documentarsi sull’unico libro consultabile in tali circostanze. Ha studiato e ha imboccato l’unico corridoio per formulare un progetto e non cessare di credere che ci sarebbe stato un “dopo”. Ha pescato dai sorrisi di gratitudine dei bambini che aveva accudito in precedenza, ha imparato qualche parola di una nuova lingua e ha aperto una strada spirituale di cui i sofisti di via Condotti, accecati dalle grandi marche e abbruttiti dagli sprizz, non sospettano neppure l’esistenza. Infine, Silvia, ben tornata e, se puoi, Remain in light. (n.z.b.)

 

Photo by Veroniki Thetis Chelioti on Unsplash

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