La triste parabola del buon figlio devoto. Piccola storia emblematica e qualche ingenua domanda.
Prendiamo putacaso un paesello come tanti con la sua bella piazza principale. Un signorotto locale, proprietario di un negozio che si affaccia sul salotto buono del paesello decide di includere nell’allestimento della vetrina determinati cimeli che, si sente di specificare con tanto di cartello, celebrano la memoria del suo caro papà. Il buon uomo, interpretato alla lettera il comandamento “Onora il padre” seleziona dunque un assortimento di ricordi e foto che poco c’entrano con la merce in vendita ma che, ne è sicuro, risveglieranno il guerrier ch’entro gli rugge a più di qualche compaesano. Volendo esser buoni potremmo definirla come una specie di strategia di marketing “de noantri“. Traboccante di devozione filiale non esita a rendere pubbliche le gioie della figliolanza invece di riservarle egoisticamente alla stretta cerchia familiare, immaginando fiducioso che a più di qualche passante spunteranno i lucciconi dalla commozione.
E commozione fu, ma non nel senso sperato. Il povero incompreso dovette subire le ire persino di un sindaco leghista e il buon uomo dovette, suo malgrado, celare i simboli dell’amore filiale. Ma cosa aveva suscitato lo sconcerto dei paesani? A questo punto va precisato che l’uomo, pur mosso dalle migliori intenzioni, ignorava evidentemente l’esistenza del reato di apologia del fascismo decretato dalla Legge Scelba nel 1952; certo il 1952 per le nuove generazioni suona più o meno come un periodo successivo all’Era Glaciale, ma al momento della promulgazione di quella legge la memoria delle manganellate bruciava ancora sulle schiene e gli effluvi dell’olio di ricino e dei suoi stomachevoli effetti circolavano ancora nell’aria. Dalla documentazione esposta, non ci voleva molto a capire che il caro papà doveva essere un fervente sostenitore di Gonnella Buffone a cui immagini e simboli vari alludevano pesantemente.
La vicenda sembrava essere caduta nel dimenticatoio fino ai giorni nostri. Ma ecco una curiosa coincidenza: maggio 2023, sale al trono cittadino una sfolgorante sindaca di meloniana ispirazione. Ringalluzzito, il nostro corre a rispolverare i cimeli e festeggia con un’esposizione fresca e rinnovata di camice nere, baionette, tric trac e bombe a mano. Le istituzioni, interpellate in merito, si chiudono in uno stretto riserbo. Dunque, per ora chi varca il confine del paesello e trova il semaforo rosso può ammazzare il tempo incrociando lo sguardo del Truce che trafora trucidissimo e truzzissimo la vetrina in questione. Confidiamo nel fatto che la nuova giunta, una volta disbrigate le operazioni di insediamento, trovi il tempo di fare una telefonata all’inconsolabile orfano per fargli capire che rischia fino a qualche annetto di reclusione.
Ora, al di là della ricerca del tempo perduto operata dal cittadino in questione per motivi personali e secondo un’interpretazione abbastanza discutibile delle leggi del mercato, vien da chiedersi: ma ci ricordiamo che l’apologia del fascismo in Italia è un reato? Non dovrebbero scattare automaticamente le sanzioni nel momento in cui un poliziotto, un vigile o un carabiniere passa davanti alla vetrina e si avvede del reato in corso? Perché ci si passa sopra interpretandolo come una stramberia da quattro soldi? Se l’uomo fosse colto da nostalgia degli anni di piombo, si reagirebbe allo stesso modo? Lo stesso dovrebbe avvenire sui social, dove si censurano persino le parti anatomiche delle statue ma dove determinati tizi non esitano a confezionare post con la figura del Truce che sembrano non sconvolgere più di tanto l’algoritmo (magari poco avezzo allo studio della storia)? Stiamo forse entrando nell’Era dell’apologia viziosa, alimentata dalla pigrizia e dal disinteresse, tanto per instradarci al prevedibile e triste futuro che l’andamento mondiale lascia intuire? (n.z.b.)
Foto di copertina: Foto di Rick Rothenberg su Unsplash



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