Porno-educación e relative conseguenze

Undici volte in quindici minuti. Non si tratta del record della nuova pornostar del web, né della fantasia dell’onanista nella solitudine della sua cameretta. Si tratta del gesto violento e goliardico di cinque eroi dello sperma in una notte di festa. Baldanzosi, condividono le loro prodezze in WhatsApp a uso dei loro amici segaioli, che li incitano, si compiacciono e corrono a masturbarsi rivedendo in continuazione le risate etiliche dei loro beniamini, giungendo a un punto di confusione in cui non si distingue se l’eccitazione sia ottimizzata dalla consapevolezza del delitto, o da una latente omosessualità che si serve di una diciottenne contro cinque al mero scopo di far sprizzare l’agognato liquido vischioso.

Omofobi fino all’inverosimile questi cinque machos, tra cui un guardia civil e un soldato si adoperano in ogni modo per scongiurare qualsiasi sospetto in tal senso. Ossessionati dal loro ruolo di capo-branco, non esitano a procurarsi la droga dello stupro. Non si tirano indietro di fronte al corpo inanimato di una donna stordita dal GHB o sotto choc. Come si diceva in un’antica canzone, l’importante è finire. Superata la pubertà si dedicano a marcare i corpi femminili alla stregua di cani che marcano il territorio e, come detto, filmano. Spedito il video agli amici del gruppo, autodenominato “La Manada” (il branco), inizia una litania di “siete tutti noi” talmente deteriore da far perdere qualsiasi forma di fiducia nell’umanità. Nelle fantasie del gruppo le donne violentate sono tutte fondamentalmente delle puttane che stanno godendo e, anzi, che non vedevano l’ora di incrociare per strada dei veri uomini come loro, con sigillo di garanzia di orgasmi “da urlo”. La loro capacità oratoria scaturisce direttamente dai siti porno su cui si sono sicuramente e abbondantemente documentati dall’adolescenza in poi. L’indigenza mentale associata alla totale assenza di un minimo di educazione sessuale fornisce questo tipo di prodotti ruspanti e tuttofare, sempre pronti a sfoderare la verga erta piuttosto che la parola, che comunque li confonderebbe e che arrivano si e no a farfugliare nell’orgia perenne in cui sperano di vivere.

Denunciati, esibiscono con la massima normalità il telefonino alla polizia. Sono convinti di aver avuto un rapporto sessuale consentito e gioioso. Quando vengono beccati in mezzo alla folla festante, stanno già adocchiando altre prede.

La prima sentenza contro questi fantocci è una condanna a soli nove anni; uno dei tre giudici ritiene che le undici penetrazioni abbiano provocato piacere alla vittima, per cui con il suo voto contrario non è stato possibile classificare il delitto come violenza carnale ma solo come aggressione con prevaricazione. Invece di venticinque anni, passeranno in carcere ancora un paio d’anni e poi cominceranno i permessi per buona condotta (non è difficile, dato che in carcere non c’è nessuno da violentare, a parte che finalmente non diano libero sfogo alla loro ossessione segreta). All’inizio dell’istruttoria, la moralità della vittima era stata “messa in dubbio” da un “abile” avvocato che ne aveva indagato le abitudini e aveva visto che dopo lo stupro “conduceva un’esistenza normale”. Tutti i filmati, tra cui uno in cui si notano gli effetti del GHB in un’altra ragazza, in preda a quattro di loro in macchina, evidentemente contano molto meno dell'”esistenza normale” di una diciottenne che ha di fronte a sé un calvario continuo, fatto di ricordi orrendi e di gente come questo avvocato che giorno dopo giorno si preoccupa di ricordarle che è una vittima e che deve portare il lutto permanente per essere creduta.

Il clamore popolare sta spingendo forte sul governo che già nel 2015 aveva fatto il finto tonto di fronte a una proposta di adeguamento del codice penale; si richiede di abrogare questa diabolica distinzione tra delitti, ovvero tra abuso e violenza carnale, che in genere fa propendere verso lo sconto delle pene, basandosi su di un’unica tipologia di violenza sessuale (quella che comporta lesioni gravi, o morte). Va ricordato che l’assenza di lesioni, ad esempio, ha reso più miti le condanne di padri pedofili, rendendoli più prevaricatori che violentatori.

Questa mia perorazione non è affatto una condanna della realtà spagnola. Il fenomeno dello stupro è mondiale e dove l’ignoranza domina sovrana, è praticamente una guerriglia e cito dolorosamente l’India, paese bellissimo ma lontanissimo dalla paradisiaca visione degli Hare Krishna. È vero che il codice penale in casi come questi agisce ancora con un aperto fallocentrismo, ma è anche vero che i tempi stanno cambiando. Migliaia di persone in tutte le città hanno manifestato e stanno manifestando e il Governo è stato costretto a mettere il ministro di fronte alle telecamere a spiegare che si sta prendendo in considerazione questa essenziale riforma. Voglio essere ottimista e pensare che esista un impulso di civiltà dietro a questa veloce rassicurazione e non piuttosto il timore di perdere la sedia.

Non è male chiarire cosa stanno rivendicando le folle di persone che si sono agitate nelle piazze dopo la lettura di questa sentenza. Molti educatori e praticamente tutte le donne hanno già compreso da anni l’importanza dell’attivazione di un serio programma di educazione sessuale che distolga da una concezione fallocentrica del sesso e che aiuti a comprenderne il valore globale; nell’epoca del porno a portata di mano fin dall’infanzia (vedasi quella tettona di Barbie) si tratta di una posizione piuttosto idealista, lo so, ma il superamento dell’età delle caverne passa anche di qui. Chi non l’ha ancora capito è un sistema giuridico che tiene conto esclusivamente della prospettiva maschile e che teme di eccedere nelle pene, adottando posizioni garantiste che giocano vigliaccamente sul malinteso, ignorando deliberatamente le conseguenze provocate dal panico, dalla prostrazione, o da fattori esterni come il GHB e l’alcol.  Si richiede di comprendere che silenzio e assenza di “sì” esplicito significano “no”, invece di far finta di nulla, o fare appello alla “Sindrome della perfida Eva” che induce in tentazione e provoca la caduta negli inferi dell’ingenuo Adamo. La prevaricazione fisica e numerica, la situazione di incoscienza, il cedimento di fronte all’imposizione per timore di lasciarci le penne non sono in alcun modo un segnale di consenso.

Non meno importante, tra gli effetti di questa sentenza rimane l’effetto deterrente rispetto alla denuncia e all’intraprendere un percorso legale quando si subiscono aggressioni e stupri. A difendere la libertà di circolazione e di comportamento della donna, senza il peso moralizzante di una legge di sapore medievale, c’è anche l’intervento delle Carmelitane Scalze di Hondarribia che, dimostrandosi molto più progredite di altri ambiti della società dimostrano di essere consapevoli che non è necessario restare storpie o morire come novelle Marie Goretti per dimostrare che stupro c’è stato. (n.z.b.)

Photo by Annie Spratt on Unsplash

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