L’esuberante e minaccioso Rinascimento del culto della bandiera che aizza, semplifica e atrofizza

Quando guardi i film ambientati nelle periferie USA la prima cosa che noti sono queste casette senza recinzioni del giardino MA con la loro bella bandiera che sventola solenne quasi a dire “ricordati che siamo nel paese più felice e giusto del mondo”. In Europa tale fenomeno è decisamente più raro e quasi sicuramente questa iniziativa cadrebbe nel ridicolo; in Veneto era consuetudine piazzare la bandiera d’Italia quando il cantiere edile era giunto al tetto, per cui il senso dello sventolio sullo scheletro dell’edificio poteva al massimo significare “fin qui siam arrivati e nel nome del popolo italiano speriamo che non finiscano i soldi…”.

L’esibizione della bandiera è un classico del mondo militare e del mondo istituzionale; nel paesino di iper-provincia in cui ho trascorso l’infanzia e teatro di distruzione nella Battaglia del Solstizio del giugno 1918, nei giardini del municipio, accanto al tricolore svettavano minacciosi degli esemplari di bombe monumentizzati a eterna memoria dello scempio. L’impatto emotivo delle lugubri decorazioni non scongiurò la seconda guerra mondiale, ma fu sufficiente alle più fortunate generazioni degli anni ’60 e ’70 a non sognare neppure lontanamente di lottare in una guerra, nonostante i toni esaltati ed esaltanti dei libri di storia. L’avvento del ’68, del pacifismo anti-Vietnam e del flower-power, nella maggioranza dei casi visti per televisione, fecero il resto.

Il cosiddetto mondo sportivo, soprattutto nelle grandi occasioni, momento in cui gli hoolingans fanno i lacrimoni e per quei due o tre minuti sentono di appartenere a qualcosa che va al di là della “squadra del cuore”, è sicuramente tra i settori che maggiore importanza attribuisce al vessillo. Il parallelismo tra gli eserciti cavalcanti dietro al drappo e un gruppo di miliardari evasori fiscali che danno calci a un pallone è talmente lineare da essere facilmente assimilabile anche dalle menti meno avvezze alla lettura. Per chi non stesse vivendo in diretta la faccenda catalana, è di questi giorni la polemica di Marc Márquez che, messo alle strette dai giornalisti con la domanda: “Quale bandiera esibirai, se vincerai il Mondiale di Motociclismo, la spagnola o la catalana?”, vive qualche momento di afasia; ripresosi, il campione risolve la questione dichiarando che la bandiera che rappresenta “la sua gente” è quella del 93 (che non fa riferimento a un numero del Kamasutra, bensì alla sua scuderia). Ovviamente tale risposta ha scontentato tutti coloro che speravano nello scoop e che pur di averlo, ancor continuano a parlarne per vedere se alla fine il casino scaturisce per davvero.

L’uomo, non contento della terra, si è avventurato sulla luna e ha buone speranze di colonizzare anche Marte. E che fece il popolo scoperto da Colombo, timorato dalle imprese della cagnetta Laika? Spedì senz’altro Armstrong con la sua bella bandiera a stelle e strisce, non fosse mai che sul nuovo mondo venisse piantata per prima la falce col martello. Vedendo le celebri immagini del 1969, mi domando se non sarebbe stato più corretto piantare una bandiera del mondo nostro, ma non ho notizia che tale bandiera esista e devo quindi pensare che l’intenzione fosse quella di sottolineare che se lassù fosse stato possibile edificare, quello sarebbe diventato esclusivo territorio USA e i lunarini cittadini americani benemeriti, a patto che non tentassero di emigrare verso Washington dove Tom Cruise e Trump li avrebbero accolti con lo schioppo.

Detto tutto ciò, quando in questi giorni osservo il proliferare di bandiere catalane o spagnole sui balconi, oppure milioni di persone in piazza con altrettanti milioni di bandiere, non posso non chiedermi dove fossero tutti questi patrioti fino al giorno prima del fatidico 1º ottobre San Remigio, data delle elezioni che avrebbero portato alla dichiarazione della Republica Interruptus della Catalogna. Fino al 31 ottobre, l’uomo della strada, intervistato sulla situazione della Spagna, avrebbe citato senza esitazioni disoccupazione, corruzione, strapotere, legge bavaglio. Dopo il 1º ottobre, l’antipatia verso certi settori del paese, senso di rivalità, antichi rancori mai risolti, controversie politiche mai affrontate seriamente e vinte a colpi di slogan si son coalizzate alla velocità della luce dietro le bandiere, alla faccia di secoli e secoli di storia che avrebbero dovuto, come minimo, essere stati esempio dell’importanza e luogo di sviluppo di una dialettica politica.

La bandiera è talmente riassuntiva e semplice da togliere sbrigativamente dall’impiccio i cittadini che, in casi come questi, vanno aizzati a dovere. Nel 2017 si contano ormai svariate generazioni di giovani passate attraverso il progetto Erasmus, possibile che questa gente senta un esclusivo amore patriottico da trasformarli in entusiasti sbandieratori? E i giovani emigrati e relative famiglie, saranno veramente convinti che la loro Patria abbia ragione in tutto? Come la mettiamo con i disoccupati o con chi vede svuotare la cassa-pensioni per scopi che non hanno a che vedere con la loro futura sopravvivenza? Basta una bandiera per assolvere il furto continuato di denaro pubblico, che a questo punto avrebbe dovuto far mettere più che in discussione i sedicenti eroi di entrambe le fazioni? (n.z.b.)

Foto: Nasa in Unsplash

Fonti: Wikipedia

 

 

 

 

 

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