Ogni tot mesi, quando esce dall’ospedale, un uomo prende la sua automobile, si mette la cintura di sicurezza, parte a tutta birra, strombazza come un pazzo e passa per il centro del paese. I passanti inveiscono, alcuni gli chiedono di fermarsi e di salire a bordo, altri, interdetti, si bloccano sul ciglio della strada, ma si incuriosiscono. A poco a poco la vettura si trasforma in un convoglio festante in cui ognuno dice la sua, c’è chi canta, chi suona il mandolino, chi tira fuori i pennelli e dipinge i finestrini. Una volta sono stati visti persino dei saltimbanchi (ma forse erano dei ballerini) sporgersi pericolosamente dal tettuccio aperto. L’automobile prosegue il suo viaggio e come in un videoclip di Michael Jackson, ogni volta che inizia un pezzo di strada nuovo, si accende una luce. Quella luce sono delle informazioni in più che rimangono nella testa della gente che l’ha vista passare. Ad un certo punto è necessario aggiungere una roulotte per farci stare tutti quelli che vogliono partecipare al viaggio e, bisogna dire, che l’arrivo del convoglio ormai si annuncia da lontano, come una mosca che la domenica pomeriggio d’estate si appropinqua ronzante, intenzionata a farci solletico sul naso. A bordo ormai ci salgono anche amministratori e altra gente forse meno artistica, ma egualmente convinta del fatto che quel viaggio abbia un senso. Anche i genitori portano i loro bambini a veder passare quello strano trenino (perché a questo punto le roulotte sono varie) e i pargoli ritrovano il loro mondo tra le note musicali che sprizzano come stelle filanti dai finestrini. A volte i loro genitori fanno fatica a capire, ma si adeguano vedendo l’entusiasmo dei piccoli. Come tutti i viaggi che si rispettino, quello del nostro uomo uscito dall’ospedale alla guida del suo convoglio, non ha una meta precisa. I partecipanti sanno che la loro meta la raggiungono minuto per minuto, ogni volta che scoprono un riff nuovo per la loro fisarmonica, o spiccano un salto sempre più alto sul tettuccio della roulotte. A loro volta, i pittori costruiscono uno sfondo immaginario in cui, attraverso i colori, si aprono mille e più porte. Proprio in quelle porte si addentrano incuriositi tutti coloro che sanno abbandonare il logorio delle loro vite moderne, gettano gli iPhone alle ortiche per un po’ e imparano a perdersi nelle fantasticherie. Si dice che qualcuno non sia più tornato, in ogni caso quelli che tornano hanno sempre qualcosa da raccontare.

Poi ci sono le parole. Tutti sanno quanto contino nelle nostre vite le canzoni, le preghiere, le promesse e tutte si fanno attraverso le parole. Senza muovere un dito e con il solo potere della parola possiamo distruggere una vita, spezzare un cuore, far nascere un figlio. Già che stiamo parlando di parole, parliamo della parola “ospedale”. Che c’entra l’ospedale con la vita del nostro uomo che viaggia strombazzando, apparentemente felice, sul suo carrozzone teatrale? Purtroppo c’entra. Le parole, ad un certo punto, possono staccarsi dalla realtà e costruire dei muri, far perdere alla gente la voglia di aprire le porte tra i colori, far mettere sulla difensiva, tirar su delle recinzioni mica da ridere. È sufficiente alimentare un sospetto, giorno dopo giorno, utilizzando il combustibile della derisione, del proclama, condendo il tutto con lo spauracchio della perdita delle tradizioni, che spesso vengono confuse con i privilegi ben stretti sempre dalle stesse mani. Mettici un po’ di tristezza tipica della popolazione invecchiata e il piatto è servito.

Quindi il nostro uomo viene fermato.

Sbatte contro una torre di fobie, si ferisce con l’arroganza della verità in tasca, la verità sicura, acquistata a suon di promesse di mondi migliori, perché privi di confusione, di rumori non funzionali, di immagini da decodificare, di pericolosi meandri da cui non si sa se si torna.

L’uomo sbatte e tutti i suoi saltimbanchi precipitano nel silenzio. I curiosi si vedono costretti a compiere altri viaggi ostinati verso un altrove oltreconfine. Moltissimi si accorgono della mancanza del treno solo tanto tempo dopo e optano per credere che in fondo non fosse poi così necessario.

Tutto ciò è opera di parole che invece di avere la leggerezza del volatile e l’armonia dell’arpa, sprizzano l’essenza rossa dell’odio. Questa patologia si chiama politicizzazione a tutti i costi, sempre e comunque. L’uomo fa il botto perché continua a mettere la sua automobile al servizio di tutti quelli che ci vogliono salire e non opera alcuna selezione. Un’altra colpa che ha è quella di credere nella parola data, nelle buone intenzioni, nella reciprocità dei sentimenti di gratitudine e condivisione. Per non parlare dell’assurda mania di voler abbellire la realtà circostante con la sua arte, o quella, ancora più colpevole, di segnalare temi su cui riflettere. Passare a tutta velocità, strombazzando, nel bel mezzo del paese, sapendo che la vita fugge veloce e che per lasciare qualcosa di meglio a chi verrà si deve agire ora, ha provocato le ire di chi vive i giorni aspettando solamente il momento in cui potrà dormire indisturbato.

Non sappiamo se quando l’uomo uscirà dall’ospedale avrà ancora voglia di mettersi al volante. Siccome siamo dei sentimentali, speriamo di sì, ma non ci stupiremmo affatto se stanco e provato decidesse di fare rotta altrove. (Nadia Zamboni Battiston)

Questa breve storia è dedicata a un carissimo amico che, nella sua stessa persona, è sempre stato un progetto in continua evoluzione. Il suo carrozzone strombazzante ha lasciato il segno in Veneto anche attraverso una lunga storia di cooperazione con enti pubblici che hanno prodotto esperienze importanti, come a Caerano di San Marco (TV), con la Fondazione Villa Benzi e 10 anni di rassegne teatrali e iniziative artistiche di ogni genere; quindi a Nervesa della Battaglia (TV), esperienza culminata nella rassegna estiva Flussi Mediterranei che a suo tempo aveva raggiunto una ripercussione a livello nazionale e, infine, a Giavera del Montello (TV), con l’interessante evoluzione dello spazio di Villa Wassermann che dal 2009 in poi è cresciuta come punto d’incontro per la collettività, sia per l’uso funzionale, sia per quello artistico. Tre esperienze in successione che si sono concluse tutte allo stesso modo (e ciò nonostante il pilota dell’automobile Giovanni Cilluffo, dopo la prima delusione, non ha desistito). Tutte sono andate a sbattere contro un licenziamento in tronco, ritenuto ovvio dalla controparte, nel momento in cui chi la pensava diversamente ha preso le redini dei comuni. Il problema non è certo il fatto di pensarla diversamente, ci mancherebbe. Il problema è il non saper essere differenti e il non essere in grado di andare al di là dello schieramento politico. Quanto seminato dall’“altro” va immediatamente estirpato, senza opzione di riciclo. Staremo a vedere se questa “logica” dei nostri tempi in cui la politica detta in esclusiva chi deve fare le cose, come e quando, sarà in grado di offrire alternative al nostro carrozzone. Se prendiamo come esempio la situazione di Nervesa, che conosco un pochino meglio, nulla per ora ha eguagliato i bei tempi in cui le mura dell’Abbazia di Nervesa si illuminavano di musica, opera lirica, teatro e quant’altro. A corollario di tutto ciò, sconfortano le modalità e i linguaggi che non ci si spreca neppure più a tentare di rendere diplomatici o moderati, proprio perché, come ci insegnavano i disarmanti ma efficaci Abba con una loro fortunata canzone d’altri tempi, “Il vincitore si tiene tutto”.

Photo by Kai Oberhäuser

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2 commenti

  1. La politicizzazione esasperata è davvero una peculiarità del fu belpaese, ed è forse una delle concause del suo declino. Ma preferisco fare il tifo per la gente, non per i paesi, ed allora forse i giochi si sparigliano…

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