Basta dire “Raffa” e gli over ’50 sanno bene di chi parli. Se citi “da Firenze in giù” in Argentina, la gente prosegue col ritornello. Il Tuca Tuca è ancora un vivo ricordo in Spagna, dove imperarono Hola Raffaella, A las 8 con Raffaella, etc. A New York ci sono gruppi di amici che organizzano serate per vedere l’Eurofestival, adottando come parametro di giudizio la Raffa Nazionale, ineguagliata, sfavillante regina dello show (la persona che documentava questa usanza mi ha assicurato che nessuna vedette è stata finora considerata degna della grande musa). Ha sempre riscosso un indiscusso successo tra il pubblico gay e lei stessa ci scherza, interrogandosi comunque sulle motivazioni sottese a tale incondizionato sentimento. Persino Madonna non si è fatta sfuggire l’occasione di renderle omaggio improvvisando un Tuca Tuca durante un concerto.

Credo di aver conosciuto (da spettatrice televisiva) Raffaella Carrà quando stava crescendo come soubrette, con le varie Canzonissime,  Milleluci, ecc. Il bravo ballerino fa sembrare tutto facile e così era Raffaella a quei tempi; aggiungiamoci il canto e un sorriso che trasmette una simpatia che dà la sensazione di essere ricambiata e il gioco è fatto. Vedendola accanto all’imponente Mina, ricordo che mi preoccupava che Raffaella potesse sembrare troppo bassa e forse anche un po’ rotondetta; in verità la prodigiosa showgirl doveva essere un grissino e la mia erronea impressione era dovuta all’effetto arrotondante della telecamera televisiva. C’erano in giro anche le teutoniche Gemelle Kessler dalle chilometriche cosce ma, ripeto, la mia apprensione non aveva ragion d’essere e i fatti lo confermarono.

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La TV in bianco e nero conferiva eleganza, perfezione di forme. Le coreografie, ancora figlie della grande tradizione del vaudeville, o musical, erano disciplinate ed esplicitamente “futuriste” nei costumi. L’Italia aveva fretta di apparire moderna, ma a messa le donne portavano ancora il velo. L’ombelico in bellavista di Raffaella fu oggetto di discussione; le mamme disapprovavano l’assenza della maglietta della salute, i papà temevano l’emulazione da parte della prole femminile, in verità celando il godimento provocato dalle mosse scatenate della Nostra che alludevano a un entusiasmo sessuale di cui le loro mogli avevano perso traccia (se mai ne erano state provviste).

Era più che evidente che Raffaella non appariva in televisione così come si alzava il mattino, eppure il sornione sorriso da sorella grande che ti pesca a fare la marachella, rendeva naturale anche il pesante trucco e tutta l’abile costruzione di un’immagine che aveva sepolto sotto il dorato ed iconografico caschetto biondo, o ramato, una ragazza romagnola dai lineamenti dolci, marcati da chioma fulva. Un altro mio cruccio era la contraddizione tra gli occhi scuri e i capelli biondi. In teoria i biondi veri (come le Kessler, appunto) dovevano avere gli occhi chiari… Non potevo certo sapere che il nature stava congedandosi per sempre dalla moda e dalle tendenze e che un giorno avrei considerato normale una Beyoncé bionda.

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Dopo il caschetto, le gambe

Raffaella cavalcava audacemente la moda sapendo come renderla accettabile ai più timorati di Dio. Le sue mise, con il capo superiore estremamente elaborato, maniche lunghe, colletto piquet e polsini importanti, ma con le gambe imperativamente scoperte piombavano come una mannaia sui genitori morigeranti, fortemente in ritardo nell’accettazione della rivoluzione operata da Mary Quant e dai figli dei fiori; gli hot pants uscirono dal mondo dello spettacolo e si avventurarono nelle strade (con previ litigi in famiglia). La rivoluzione divenne anche verbale se si pensa che Raffaella sdoganò  la terminologia del “far l’amore”, o di un Tuca Tuca, ovviamente tattile, che mise in imbarazzo più di un compassato presentatore.

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Dagli anni ’80 in poi, la consolidatissima Raffaella divenne più dorata (magari per la diffusione generalizzata della televisione a colori). Per quel che mi riguarda, la sua immagine si è cristallizzata in quella fase. La sua capacità di irretire il pubblico di ogni età (la mia generazione la ricorderà alle prese con Topo Gigio, ad esempio) ad un certo punto mi sfuggì. Eppure, anche nella fase in cui rinnegai spocchiosamente la monumentale soubrette a favore di Siouxie and the Banshees e i Cure, lei mi restò fedele e, puntualmente, menzionando la mia nazionalità all’estero, oltre all’immancabile allusione politica o calcistica del momento, faceva capolino Raffaella.

Come detto, il vasto ed eterogeneo pubblico l’ha seguita per motivazioni differenti e personalissime. Un po’ amica sbarazzina e audace, un po’ mamma, un po’ amante segreta, ha svezzato e consolato generazioni di italiani disorientati dai tempi moderni. L’innegabile professionalità dell’artista la si capisce a posteriori, quando l’esperienza ti ha insegnato quant’è dura la lotta per emergere e anche per sopportare giudizi moraleggianti sulla propria vita privata, come si usava fare ai tempi del velo in chiesa. Non ho nessun disco di Raffaella Carrà, non posso dire di essere sua fan. L’ultima volta che l’ho vista in televisione è stato in un programma televisivo pre-Eurofestival, in Spagna, anni fa. In quell’occasione, il suo spagnolo fluido e, ancora una volta, la naturalezza con cui si muoveva nello studio televisivo mi riportarono ai pantaloni a zampa d’elefante e ai raffinati ballerini di Don Lurio, insomma a una sorta di patrimonio nazionale, disinvolto e accattivante, di cui Raffaella Carrà è certamente un fondamento. (n.z.b.)

Fonti: ricordi, Wikipedia

 

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