Negli anni ruggenti della piccola impresa italiana fui contattata a più riprese da un’imponente ditta della mia zona, con tanto di psicologa a selezionare il personale. In uno dei colloqui esposi, tra le ragioni per cui desideravo cambiare lavoro, la mia perplessità sul fatto che il mio capo d’allora mi usasse come cameriera laureata, per cui all’arrivo delle visite in azienda scattava automatico l’obbligo di servire il caffè. La dottoressa sollevò il ciglio e credo che proprio in quel momento intimamente mi scartò, non senza aver proferito il classico: “Ma insomma, il fatto di preparare due caffè non mi pare motivo sufficiente per sentirsi a disagio”. In effetti, estrapolando, l’impressione che posso aver dato è quella che mi stessi allargando un po’ troppo e che stessi a badare delle minuzie. Il mio capo d’allora non agiva con deliberata malizia, o con l’intenzione di marcar territorio nelle mansioni tipicamente femminili e maschili. Dava semplicemente per scontato che esistessero; ricordo che manifestava stupore e sincera ammirazione nei riguardi delle donne “forti” che dimostravano di saper gestire bene il lavoro. A sputtanarle ci pensavano i suoi testosteronici dipendenti: l’avete mai sentita quella della capa che la sera prima delle nozze pratica il sesso orale a tutti gli amici dello sposo, di ritorno dall’addio al celibato? Io si. Quella volta fu applicata a una certa ragazza, in gambissima, che dirigeva una squadra di operai. Risentii esattamente la stessa storia applicata a una certa dottoressa, molti anni dopo.

Cambiai lavoro e nella nuova azienda, dopo un breve periodo di fulgore, cominciarono i problemi economici. Si risparmiò sul servizio esterno di pulizia (400 Euro al mese?) perché tanto sia il personale degli uffici -io e un’altra ragazza- sia il personale del laboratorio era tutto femminile, per cui alla fine del nostro lavoro “non ci costava nulla spolverare, lavare i pavimenti, pulire i cessi, riordinare”, senza pagamento di ore straordinarie, ovvio. Le mie obiezioni sul fatto che non ero stata assunta per fare le pulizie e che per contratto le ore straordinarie andavano pagate non sortirono alcun effetto. Appena possibile me ne andai.

Alla dottoressa dal ciglio sollevato, amante dei dettagli, alle donne che in caso di percosse matrimoniali si domandano cosa avesse fatto la moglie per portare il marito a picchiarla,  alle donne che invidiano la collega insidiata dal capo giudicandola una smorfiosa che se la cerca, alle mamme che preferiscono non sapere cosa fanno i loro figli maschi la sera quando circolano in branco, confermo che è tutto vero. Nel senso che non è il caffè in sé a costituire umiliazione; in verità dietro a quel vassoio con gli scottanti bicchierini di plastica c’è la tata, la mamma, la sorella, che si lascia dietro il cadavere della dottoressa. Così era a quei tempi, quando un’invisibile catena vincolava la tua presenza sociale all’organo riproduttivo di cui eri dotata.

Hollywood ha scoperto l’acqua calda, come sempre. Alla faccenda Weinstein ed episodi collaterali vari va riconosciuto il merito della visibilizzazione. Insomma un grande marketing involontario che, assieme ai femminicidi, alle difficoltà economiche e ai trattamenti discriminatori vari, spinge le donne a scendere in piazza domani, 8 marzo. È vero, anche la festa dell’8 marzo è una forma di marketing di un’idea, ma persino le pie donne che temono l’avvento di un mondo popolato di Femen dovranno ammettere di averne ricavato beneficio. O forse credono che il voto e l’indipendenza economica e morale siano sempre esistite?

C’è ancora un enorme lavoro da fare, il primo è spazzar via l’equivoco che dopo la sconfitta del patriarcato, si voglia imporre il matriarcato. Non meno importare sarà assorbire e gestire con intelligenza il contraccolpo di culture differenti presenti sul territorio e fortemente patriarcali. Dovessero tuttavia ancora esistere capi che pretendono il caffè servito, mi permetto di prendere a prestito una frase che commosse l’Italia, pronunciata, guarda un po’, da un amatissimo papa, e la trasformerò dicendo: “Care sorelle, finita la messa andate in azienda dai vostri capini, fate quattro caffè, due macchiati e uno lungo, tornate in sala riunioni e battezzateli col santo liquido, forse così si illumineranno”. Nel nome del Pater, del Filius e dello Spirito Santus, Amen. (n.d.z.)

Photo by Crew Dates on Unsplash

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