Redouan Mriziga a Barcellona

Con la performance “55” di Redouan Mriziga, al CaixaForum di Barcellona il 10 marzo 2018 mi son ritrovata dopo tanti anni nelle vesti di spettatrice di performance. Sinceramente avevo un po’ perso l’abitudine ai silenzi e alla provocazione sottintesa dall’apparente banalità del gesto dell’artista. La sperimentazione scenica risultava affascinante negli anni ’70, ma oggi, nello scambio frenetico di social life il rischio che i tempi dilatati provochino il rigetto dopo i primi due minuti per passare ad altro è altissimo. Per la verità quando Redouan è comparso in scena collocando con nonchalance quattro registratori di lontana memoria e compiendo dei movimenti muti, ripetitivi, non sincronizzati con brani e rumori provenienti dal “sottofondo musicale”, più di qualche astante ha cominciato a guardare smarrito gli altri spettatori per studiarne le reazioni e decidere come comportarsi, o a consultare sfacciatamente gli aggiornamenti di Facebook. Così è la vita e Redouan lo sa, per questo punta sulla buona educazione (qualora presente) e sulla costanza dello spettatore che non cede alla tentazione di alzarsi e andare in pizzeria. Imperterrito continua con le proprie misurazioni e proiezioni fino a stabilire un’unità di misura che parte dalla divaricazione dei piedi in prima posizione, forse alludendo divertito a certe manie tecniche della danza. L’unità di misura si estende a tutta la lunghezza del corpo e coinvolge in particolare l’avambraccio per un’esemplificazione della traccia di un cerchio quasi giottesca.

L’osservazione del work-in-progress passa per fasi differenti che sfidano l’abitudine odierna di vedersi sfilare davanti una massiccia quantità di immagini, assorbirle e reagire di conseguenza, senza quasi leggerne la didascalia, all’insegna del principio che “l’immagine valle più di mille parole”. In effetti l’artista in questione non parla, lavora. L’evoluzione della performance lascia lo spazio per pensare, formulare ipotesi. Possiamo dire di far lo stesso quando i titoloni sensazionalistici ci aizzano contro qualcuno/qualcosa?

Da movimenti e geometrie nasce una produzione finale di cui ciascun spettatore avrà nel frattempo trovato un’interpretazione a seconda della propria cultura e indole. Nella trasposizione della proiezione del movimento si viene a creare uno spazio architettonico… o un mandala? O una porta verso gli inferi? Dipende da quello che si agita al nostro interno. Certamente la fruizione dell’immagine sulla stampa, in Twitter o Facebook è arrivata al punto di creare un meccanismo che automatizza le nostre reazioni e, di conseguenza, la nostra visione delle cose. La performance “55” ridiscute il nostro ruolo di recipienti passivi di un prodotto confezionato. La nostra reazione avviene durante la gestazione e non a cose fatte.

 

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Nel concetto di corpo, riconosciamo la simmetria come valore “abbellente” eppure approfondendone la potenzialità geometrica, scopriamo che facendo perno sul punto corretto, il gesto può da vita a perfezione tangibile, in questo caso attraverso il disegno. E pensare che tutto scaturisce da una convenzione che invece diamo per scontata in mondi lontanissimi dall’arte come, ad esempio, quando guardiamo un edificio. La convenzione geometrica fa in modo che in una coreografia quaranta ballerini girino tutti la testa a destra simultaneamente; ne scaturisce un effetto ipnotico che avvince anche la persona meno interessata alla danza. Questa reazione è la percezione subliminale nei confronti di tutto un lavoro di preparazione a questo gesto, ovvero la misurazione del movimento e dello spazio incredibilmente precisa che è stata eseguita, pattuita e appresa dai quaranta ballerini; il nostro occhio percepisce tutto ciò sotto forma di sorprendente armonia e ne gioisce spontaneamente, senza la necessità di comprenderne la struttura.

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Questo percorso viene messo a nudo durante la performance “55” durante la quale vediamo che strato su strato l’ossatura geometrica si arricchisce e lascia intendere possibilità inesauribili di rielaborazione. In qualche modo emergono i vincoli segreti che possono stabilirsi aleatori tra coreografia, composizione, arte islamica, artigianato e architettura, proposti con accenni mozzi che spetta a noi completare.

Due parole sul concetto di performance

La Performance, come concetto, è strettamente vincolata all’idea di provocazione. Può avvalersi di nudità o secchi di vernice per suscitare disagio e timore, o può, come in questo caso, essere minimale e puntare fortemente sulla partecipazione emotiva ed intellettuale dello spettatore. Sarebbe ingiusto liquidare lo spettatore sbadigliante o irritato catalogandolo come uno che non capisce nulla o, viceversa, che tale spettatore si sentisse al di sotto di presunti livelli culturali. Cerchiamo di essere ottimisti e di scommettere piuttosto sulla sua capacità di incuriosirsi e “ripensarsi” nell’intimità del focolare domestico. Per concludere, diciamo che il vero effetto della performance -feroci discussioni tra sostenitori e detrattori, irrisione, fascino o indifferenza- si nota a posteriori, quando lo spettatore esplicita e produce la propria personale visione dell’evento a cui ha assistito e che sarà, forzosamente, unica nel suo genere.

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Radouan Mriziga ha svolto la prima parte della propria formazione come ballerino a Marrakech e in Tunisia; ha proseguito gli studi al P.A.R.T.S. di Bruxelles. A partire dal 2014 il suo lavoro è supportato dal Moussem Nomadic Arts Centre. Oltre alla creazione dell’assolo “55″ (2014) e una coreografia di gruppo intitolata “3600” (2016), nel maggio 2017 ha debuttato con “7” performance che costituisce la parte finale della trilogia presentata al Kunstenfestivaldesarts di Bruxelles. Attualmente è anche artista ospite del Kaaitheater di Bruxelles.

 Moussem Nomadic Arts Center, Bruxelles

Il Moussem Nomadic Arts Center rimette in questione i canoni artistici prevalenti e riflette sulle conseguenze della globalizzazione provocata da flussi migratori precedenti e attuali. In generale le attività del Moussem si concentrano sulle opere di artisti che sono direttamente collegati al mondo arabo, o che manifestano un’apertura nei suoi confronti. A questo scopo fornisce supporto artistico, finanziario e logistico a nuovi talenti, attraverso fornitura di alloggio e l’organizzazione di co-produzioni.

In linea generale le rassegne del centro includono produzioni internazionali di varie discipline tra cui danza, teatro, letteratura, musica, arti visive. Di conseguenza il pubblico del centro è piuttosto eterogeneo, in linea con la volontà di integrazione e sviluppo di nuovi percorsi nati dal confronto culturale.

 

 

Kaaitheater, Bruxelles

Fondato nel 1997 il Kaaitheater presenta e co-produce spettacoli provenienti dal panorama nazionale e internazionale: dagli anni ’80 fino ad oggi ha proposto spettacoli di repertorio e sperimentali, in sala ridotta o anfiteatro. Mossi dalla convinzione dell’importanza dell’arte per il benessere dell’umanità, i membri del Kaaitheater, immersi in una zona della città in cui si concentrano le varie problematiche del mondo, danno supporto ad artisti che, in cambio della possibilità di realizzare percorsi a lungo termine, rappresentano e contribuiscono a conformare la città del futuro.

 

CaixaForum, Barcelona

Centro culturale sponsorizzato dalla Fondazione Obra Social La Caixa, nei pressi di Plaça de Espanya, a Barcellona. La performance “55” fa parte di una serie di attività raggruppate sotto il titolo “Bajo el brazo: entre la palma de la mano y la axila” (Sotto il braccio: tra il palmo della mano e l’ascella); le attività intendono offrire un approccio ai limiti che condizionano storicamente il lavoro dell’artista e l’analisi del rapporto esistente tra l’artista e l’ambiente che lo circonda.

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Entrata del centro CaixaForum di Barcellona

Fonti: visione diretta della performance, sito del Moussem Nomadic Arts Centre e del Kaai Theater, entrambi di Bruxelles

Foto: Nadia Zamboni Battiston

Foto intestazione: documentazione CaixaForum

Testi e traduzioni: Nadia Zamboni Battiston

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