C’è una brezza marzolina che fa ben sperare, temuta dagli allergici, snobbata dai tristi. È una brezza foriera di alterazioni ormonali, sguardi insistenti sulla scollatura, occhi inchiodati sulle rotondità da push-up anteriore e posteriore (dovrebbero esistere anche i modelli con catarifrangenti per scongiurare pericoli lungo il raccordo anulare o sulla Pontebbana).  Ancora non volano le farfalle e difatti si spataccano su inguini di razza oltreoceanica, razza mista frutto di spontanee miscele cromosomiche, modello coscialunga. Incede la farfalla mentre una mano pietosa scosta l’altrimenti impietoso velo mantenendolo sapientemente lungo un margine di non ritorno. Allude, la farfalla, a paradisi segreti. Allude, la mano, a destrezza acquisita da consumata esperienza. Ma la brezza marzolina va e scompiglia democraticamente sia i circensi veli che avvolgono le pudende coperte da un assorbente attaccato al contrario, sia i capelli che coprono teste pensanti, che fanno di conto, che accarezzano cervelli in via di sviluppo, che si stressano alla fermata dell’autobus, che progettano grattacieli e prendono appuntamenti, che fanno il check-in senza dame di compagnia, che mangiano un kiwi, che ridono come pazze, che gli girano le scatole e sparano a raffica, teste di tutti i giorni che lottano contro i capelli bianchi, insomma teste, non inguini.(n.z.b.) 

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