Ornella, empowerment in abito da sera
Del festival di Sanremo, i boomers ricordano il programma di contenimento delle masse femminili denominato Gigliola Cinquetti, paladina dell’infanzia prolungata che sentiva di non avere l’età per amare e che si faceva mandare dalla mamma a comprare il latte per andare a a dare a Gianni Morandi qualche bacetto di nascosto dietro la chiesa. Ornella no. Lei entrava in scena e fluttuava tra musicisti in smoking. Inebetiva lo sguardo maschile e incuriosiva il pubblico femminile, segretamente ansioso di vivere l’esistenza che si intuiva dietro il trucco di scena, i capelli ribelli e l’inconfondibile alterigia del volto. Inondava la platea con la dolcezza di un sassofono carezzevole e l’espressione da dea glaciale, mentre cantava di passioni sfrenate e innamoramenti fulminei. Il suo charme fece scuola e molte impararono da lei come si indossa un abito da sera. Ed eccola prototipo della donna enigmatica, sofisticata e indomita. Vinse il braccio di ferro contro l’intrusione nella sua celebre vita privata, la espose e la ritirò dalla scena a piacere. Si permise di cambiare stili, entrò in progetti arditi come il suo album Pugno di stelle del 2018 o Sant’Allegria con il grande Mahmoud. Senza parlare della collaborazione con Paolo Fresu del 2017. Fu lei a ispirare a Gino Paoli l’indimenticabile Senza fine e con questo abbiamo detto tutto, ovvero che Ornella è stata sicuramente LA protagonista di un’epoca in cui la vita notturna imponeva ancora determinati dress code. Le vaghe allusioni alla Mala e all’ambiente dei bassifondi altro non furono che una strategia per collocarla ben lontano dalle Gigliole e dalle Oriette, molto più vicine alle mamme e alle nonne d’Italia.

Ornella schiuse i cancelli di un mondo notturno e raffinato che sfociava quasi obbligatoriamente nella sensualità ma che non aveva nulla a che vedere con la Carrà di “Com’è bello far l’amore da Trieste in giù” o del “Tuca Tuca“. La si immaginava maestosa, distesa su divani bianchi, dietro tende di velluto che nascondevano la città illuminata nella notte passata a meditare su ricordi e inspiegabili rotture sentimentali.
Entrò nel’epoca della Bossa Nova, di Vinicius e Toquinho con l’allegria e la sfrontatezza di chi è internazionale dalla nascita perché coglie il senso delle cose attraverso fini antenne, più che per abilità linguistiche. In quell’epoca variopinta, dall’esotismo fiorì tutta la poesia che aveva dentro. E tutto il resto è una lunghissima storia di esperimenti ben riusciti, auto-ironie, scandaletti, scivoloni di stile ben studiati, nervosismi da grande star che si perdonano volentieri all’artista. Invecchiò in televisione al punto da far sospettare l’immortalità fisica, oltre a quella artistica che sicuramente è già garantita, almeno fino alla totale estinzione dei boomers italiani. (n.z.b.)
Foto di copertina di Dynamic Wang su Unsplash
Testo Nadia Zamboni Battiston



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