Non doveva essere facile essere bella, come si usava dire “procace”, bionda e giovane di belle speranze proprio quando il varietà entrava da via Teulada in tutte le case con i suoi ruoli stereotipati e la felice illusione di far parte della modernità. Il nome Isabella suggeriva la principale dote che a quei tempi ci si aspettava dalla donna in scena, la bellezza florida del dopoguerra ma con l’estetica sofisticata dei tardi anni ’50 americani, con Marilyn Monroe come bionda per eccellenza.

Nei duetti con Enrico Simonetti è corteggiata e svampita, aggettivo quest’ultimo affibbiato a tutte o quasi le teste ossigenate dell’epoca. Negli USA era consolidata l’immagine della casalinga moderna, con lavatrice e lavastoviglie, imbambolata dai bigodini, dal calore del casco e dagli effluvi dello smalto delle unghie, totalmente secondaria a livello decisionale, con seno minacciosamente appuntito dal criss-cross sotto il twin-set pastello, labbra impiastricciate, occhio sfarfallante che denuncia difficoltà di formulazione del pensiero. Non doveva essere facile aderire a un modello del genere, far finta di non capire e far da spalla a un paternalismo benpensante. Eppure Isabella Biagini sfoggia verve e capacità che vanno al di là delle belle gambe, come nelle imitazioni, dove snocciola un personaggio dopo l’altro. Il personaggio dell’oca giuliva doveva essere duro da portare avanti perché il pubblico si confonde e tende a far coincidere personaggio e persona. Nel video Le voci di Isabella Biagini (1967), qui di seguito, suscita una certa malinconia, forse a causa dell’incalzante Lelio Luttazzi che ne esige l’esibizione situandola in una posizione da pappagallino ammaestrato.

La televisione degli anni ’60 amava gigionare su sé stessa, autorizzando imitazioni che colpivano con grazia un personaggio popolarissimo, senza volgarità e con voluta goffaggine, più nell’intenzione di celebrare che di dissacrare, come nella sua imitazione del mostro sacro Raffaella Carrà. Gli inizi del boom televisivo sono segnati anche dalla romanità, anzi RAI inevitabilmente ci rimanda a Roma, con una profusione di comici e attori che non dissimulano sotto la dizione d’ordinanza l’accento romanesco. Isabella imitava spesso e con successo Enrico Montesano e ricorreva alla propria romanità come risorsa che suscitava complicità. La ragazza di Roma, esteticamente all’altezza ma sempliciotta o sbrigativa poteva lasciar spazio alla snob d’alto bordo, come nello sketch della telefonata, sempre con Simonetti come spalla. Risulta convincente anche nel personaggio-stereotipo della siciliana con il grande Carlo Dapporto nel film musicale “Quelli Belli… Siamo Noi” (1970).

Credo sia giusto ricordare Isabella Biagini con sfaccettature, tralasciando momenti meno felici, vuoi per un brusco cambiamento della televisione, con l’avvento di Drive In e tutto quello che accadde negli anni ’80, in cui l’arguzia linguistica lasciò il posto al tormentone, più adatto a un pubblico distratto da cosce e seni in bellavista, vuoi per le sventure personali che la portarono tanto lontano dai momenti in cui cantava “La soddisfazione di chi si fa da sé” con Enrico Simonetti. (n.z.b.)

Fonti: youtube

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