Il velo di Qahera

Superpoteri vs colonialismo culturale

Qahera, ovvero l’eroina di DEENA MOHAMMED, che di fatto si chiama come la sua città di origine ( “Al-Kahira” cioè Il Cairo), è una specie di Batwoman che ci mette cinque secondi a montare in bestia nel momento in cui una tipica affermazione patriarcale di stampo religioso, o semplicemente testosteronico, giunge alle sue orecchie. È un personaggio al limite, come effettivamente si addice ai super-eroi, ma che nulla ha a che fare con i mutandati superuomini della Marvel o di DC Comics -affiancati da supergirls o wonderwomen ecc. ecc. che trasportano letteralmente il mondo sulle spalle. Se Qahera non ha speranza di diventare famosa come Catwoman è soprattutto per motivi anagrafici (nasce in Egitto e non a New York) e per ragioni estetiche, indossa infatti l’abaya e il suo volto ricorda più la maschera di V for Vendetta che Michelle Pfeiffer. In definitiva la giovane Deena Mohammed non la concepì, a suo tempo, con l’intenzione di titillare l’ego maschio con virili eroismi e cosce femminili al vento con la scusa dei superpoteri, ma come sfogo e forse ideale vendetta contro i dogmi che affliggono l’essere umano di sesso femminile fin dalla culla (anticamente era d’uopo l’imprecazione di benvenuto paterna per non essere nata di sesso maschile).

Della breve collezione di fumetti pubblicata sul sito dell’autrice fa parte l’episodio intitolato “On Femen” in cui la nostra eroina finisce per appendere a una roccia le scalmanate agitatrici occidentali. Non è certamente casuale il fatto che proprio questa avventura di Qahera abbia sollevato polemiche tra i fans occidentali che non comprendevano come mai l’eroina mettesse le Femen sullo stesso piano dei vari predicatori religiosi che propagano il patriarcato spacciandolo per volontà divina, oppure dei tipici bulletti che importunano le donne per strada. In un’intervista a posteriori Deena Mohammed ammise che il tema era stato trattato superficialmente in quell’episodio e che in seguito si era resa conto delle difficoltà che le manifestanti di Femen affrontano per lanciare il loro messaggio. L’autrice precisa infatti che Qahera era stato uno dei suoi progetti giovanili, quasi un esperimento che, ai giorni nostri, è ancora in fase di sviluppo. Nell’impulso del momento però, cos’era scattato nella mente della giovane fumettista egiziana? Deena afferma testualmente: “Il problema di FEMEN è che rappresenta una versione colonialista ed esclusivista del femminismo”. Nella stessa sede cita anche il tedio di dover ribadire, intervista dopo intervista, che il femminismo nel mondo islamico esiste. In pratica, quello che ha spiazzato i fan occidentali è stato il fatto che l’eroina si ribella contro un ipotetico “esercito della salvezza” che ha già pronto un modello di donna alternativo ed estraneo alla sua storia, al suo vissuto e alla sua cultura. Un po’ come quando arrivano gli eserciti a garantirti la democrazia.

Direi che lo snodo della faccenda è situato sulla superficialità con cui si fanno i conti in tasca altrui, per cui da un lato si fa tutto un fascio tra velo, infibulazione, frustate, proibizione alla guida, poligamia e, sul lato opposto, si associano i seni al vento delle Femen -che hanno scopo di disturbo dei falsi pudori e provocazione- a sessualità e pornografia. Per cui la Femen bolla automaticamente il velo come chiaro simbolo di oppressione, Qahera bolla automaticamente la tetta al vento della Femen come una patetica farsa di una liberazione che passa necessariamente per l’esposizione del corpo femminile sempre e comunque. Fermo restando che il femminismo difende diritti inalienabili e privi di cittadinanza, questo episodio di Qahera ci ricorda che l’approfondimento e lo studio sono fondamentali per articolare il proprio linguaggio e la lotta, senza cadere nell’assurda polarizzazione del mondo che piace tanto ai colonizzatori.

Tanto per fare un esempio di quanto il linguaggio possa arrivare ad essere fuorviante osserverò che nell’ “unanime” condanna internazionale della soppressione dei diritti della donna dopo il ritorno al potere dei pastorelli con lo schioppo, si è arrivati al paradosso che persino le destre europee e americane, si stracciavano le vesti assumendo toni che avrebbero potuto indurre a farci pensare che dalla sera alla mattina si fossero tutti scoperti “femministi”, quando in realtà a casa loro continuano a sottopagare il lavoro femminile e mettono in dubbio che esista il femminicidio. Il clamore è stato tale che i pastorelli, in un maldestro tentativo di rassicurare il mondo occidentale e trattenere almeno qualcuno dei cervelli in fuga che gli scappavano da tutte le parti, si sono affrettati a emettere un comunicato secondo il quale alle donne sarebbero stati garantiti i diritti “secondo la Sharia” (promessa non esattamente rassicurante, vista l’interpretazione che ne fanno). E sempre per parlare di linguaggi e parole dette o non dette, stiamo ancora aspettando una reazione da parte del mondo religioso islamico che non si sbilancia né ad appoggiare ufficialmente, né a condannare. Sono forse le agenzie di stampa occidentali a essersi dimenticate di riportare tali voci? O magari il caso Afghanistan è un piccolo esperimento e si sta trattenendo il fiato per vedere se la segreta Arcadia di certe menti reazionarie è realmente realizzabile sul pianeta?

Ora immaginiamoci la nostra Qahera nell’Afghanistan odierno e divertiamoci come infanti immaginando gli schiaffoni che elargirebbe a iosa e i “panni” che avrebbe da stendere dopo aver fatto il “bucato”. È certamente una magra consolazione, ma i supereroi dei fumetti servono proprio a farci visualizzare l’impossibile per farci evadere dalle meschinità del mondo reale. Speriamo che questo personaggio proliferi e che con le sue avventure future ci aiuti a intravvedere scorci di una realtà che il clamore giornalistico, ma anche tante produzioni di intrattenimento, ci presentano secondo una visione monocorde e stereotipata. (nzb)

Testi: Nadia Zamboni Battiston

Fumetti, immagine di copertina: Deena Mohammed, Qahera, “Qahera, the webcomic not the city

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